
Quando sono partito per la Corsica in moto, non pensavo che al ritorno ne sarei stato così entusiasta. Cinque giorni, mille chilometri, un’isola che conoscevo poco e che mi ha restituito qualcosa di completamente diverso da quello che immaginavo. Me l’aspettavo bella. Non me l’aspettavo così tanto.
La Corsica ti dà tutto quello che ti promette un’isola del Mediterraneo: coste spettacolari, spiagge con un’acqua che non ha senso quanto è limpida, strade che corrono sul mare. Ma è l’entroterra a fare la differenza. Non è un dettaglio, non è un’alternativa per chi si è stancato del mare. È una parte viva dell’isola, forse la più vera. Montagne che superano i 2.500 metri, passi alpini con asfalto perfetto, vallate dove d’inverno nevica ancora a maggio. In poche ore di guida passi dal mare aperto alle cime innevate. Non ha senso, eppure è esattamente così.
Ecco tutto quello che offre la Corsica in moto, raccontato nei 5 giorni di viaggio.

Foto di Edoardo Vasconi @motoriinviaggio
Il traghetto Corsica Ferries mi lascia a Bastia alle sette del mattino. Tutta la giornata davanti. Cinque chilometri dal porto e sono già sulla strada del Cap Corse, una delle più belle d’Europa: stretta, tortuosa, aggrappata alla roccia, con il mare che appare e sparisce a ogni curva. Non è un’esagerazione. Lo capisci già nella prima ora che stai facendo qualcosa che vale.
Poi il Désert des Agriates. Quando pensavo di aver già visto abbastanza per il primo giorno, arrivo lì e cambia tutto. Non tanto il paesaggio, quanto l’approccio: per raggiungere la Plage de Saleccia bisogna percorrere 15 chilometri di sterrato. Facile, non tecnico, ma assolutamente necessario. Ne vale la pena. Il mare, nonostante il tempo non perfetto, era di un azzurro che non ti aspetti. E sulla spiaggia, insieme ai pochi altri visitatori, c’erano le mucche. In Corsica le mucche vanno al mare.
La tappa finisce a Île-Rousse e Calvi. Alzando lo sguardo verso l’interno, le montagne erano ancora innevate. Ero partito dalle Alpi e non ce n’era. Ero in mezzo al mediterraneo e la vedevo a pochi chilometri.
Avevo già capito che i giorni successivi sarebbero stati incredibili.
La costa ovest della Corsica è quella che i motociclisti cercano. L’est è più lineare, più veloce, meno interessante. L’ovest è un’altra cosa. La D81B scorre direttamente sul mare, curve continue, panorami che si aprono e si chiudono, il Golfo di Porto sullo sfondo. Una strada che non annoia mai.
Ma il momento che ricordo di più di quel giorno sono i Calanchi di Piana. Rocce di granito rosso che scendono verticali verso il mare, forme che sembrano scolpite, colori che cambiano con la luce. È uno di quei posti dove fermarsi è obbligatorio, non una scelta. Ho sostato più del previsto. Non me ne pento. Da lì ho raggiunto Ajaccio per la notte.
Tappa più corta, ritmo diverso. Ma è quella in cui ho fatto il primo bagno: Plage de Roccapina, raggiungibile con cinque o sei chilometri di sterrato, acqua trasparente, quasi nessuno. Il tempo era finalmente bello e l’acqua era fredda quanto basta per svegliarti completamente.
Bonifacio arriva nel pomeriggio. La città ti colpisce prima ancora di entrarci: costruita su scogliere di calcare bianco, con il porto naturale che si apre come un fiordo stretto tra le rocce. Le barche entrano lente, i vicoli sopra sembrano sospesi nel vuoto. È una delle città più particolari che abbia mai visto.
Da Bonifacio in poi la logica cambia. Tornare verso nord lungo la costa est sarebbe stato noioso. La risposta è l’entroterra, e in Corsica significa montagne vere.
Due giorni di passi: Bonifacio–Corte il quarto giorno, Corte–Bastia il quinto. Colle de Palmarella, Bocca di Sorba, Col de Verde, Col de Saint Eustache. Strade che non hanno nulla da invidiare ai passi alpini più noti. Asfalto in condizioni perfette, curve tecniche, dislivelli importanti, vedute che si allargano fino al mare. Non me l’aspettavo a questo livello.
Il momento più assurdo è stato raggiungere Asco, ai piedi del Monte Cinto. La strada è a vicolo cieco, ma anche solo arrivare lì, con le pareti rocciose e la neve ancora presente, in un’isola del Mediterraneo, ha qualcosa di irreale. Il giorno prima stavo nuotando. Quello dopo ero a 1.500 metri con il giubbotto termico.
Mille chilometri in cinque giorni. Mare, montagna, sterrato, passi alpini, città storiche, spiagge remote. Il filo rosso di tutto il viaggio è stata la varietà: non ho mai avuto la sensazione di ripetermi, non ho mai vissuto una giornata uguale alla precedente.
La Corsica funziona così. Ti dà il Mediterraneo che conosci, e poi aggiunge qualcosa che non ti aspettavi. Se ci torni, probabilmente è per quello.
Articolo di Edoardo Vasconi

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