
Quando parlo di mototurismo in Italia nel 2026 non mi baso solo sui numeri: mi tornano in mente le albe viste sui passi alpini e i tramonti lungo le strade costiere. Il segmento è cresciuto, lo si percepisce dalle pensioni di montagna con i garage pieni di moto e dai B&B che ormai espongono cartelli dedicati ai biker.
Ma, da viaggiatore abituato a leggere i dati prima di partire, so che chiamarlo “boom” richiede prudenza. L’anno non è finito, le statistiche ufficiali arriveranno più avanti e mischiare immatricolazioni, presenze turistiche e tendenze di mercato rischia di raccontare una realtà distorta.
Nel frattempo, però, la strada parla chiaro: itinerari sempre più strutturati, territori che investono sui viaggiatori in moto e un’attenzione crescente a chi sceglie le due ruote per esplorare l’Italia lontano dalle rotte di massa.
Negli ultimi anni ho visto il mototurismo italiano cambiare pelle: parcheggi prima vuoti riempirsi di moto cariche di borse, piccoli alberghi di provincia imparare la parola “biker friendly”, amministrazioni locali inserire esplicitamente gli itinerari motociclistici nei loro materiali promozionali. Il 2026 conferma questa sensazione, ma trasformarla in un “boom” certificato è un’altra storia.
Le immatricolazioni di moto e scooter raccontano un mercato vivace, non necessariamente un aumento diretto dei viaggi su due ruote. Il parco circolante ACI include chi usa la moto solo in città, mentre per misurare davvero il mototurismo servono presenze, pernottamenti e spesa legata agli itinerari. Ogni volta che preparo un nuovo viaggio controllo questi indicatori, quando disponibili, sapendo che a settembre il bilancio dell’anno è ancora provvisorio.
Quello che possiamo affermare è che il segmento è ormai riconoscibile: territori, strutture e operatori hanno capito che il motociclista non è solo un automobilista senza tetto sopra la testa, ma un viaggiatore con esigenze specifiche e grande capacità di scoprire aree meno battute.
La vera forza del mototurismo in Italia, da chi la percorre in lungo e in largo, è la geografia. Nel raggio di poche centinaia di chilometri puoi passare dalle curve strette dei passi alpini ai tornanti appenninici, fino alle strade costiere che corrono a picco sul mare. In estate, Stelvio, Gavia e Pordoi restano mete simboliche: ogni volta che ci torno ritrovo tabelle straniere nei parcheggi e la stessa emozione nel chiudere l’ultima curva prima della cima.
Quando la neve cala sulle Alpi, mi sposto volentieri verso l’Appennino. Lì la stagione è spesso più lunga e l’esperienza più intima: tra Abruzzo, Marche, Umbria e Toscana è facile costruire viaggi di più giorni evitando le grandi arterie, saltando da un borgo all’altro. Le strade non sono solo un nastro d’asfalto, ma un filo che collega parchi naturali, trattorie locali e piccoli centri che vivono il passaggio dei motociclisti come un’opportunità.
Le coste completano il quadro. Dalla Liguria alla Puglia, passando per Sicilia e Sardegna, i percorsi offrono panorami aperti, curve morbide e temperature spesso ideali per destagionalizzare il viaggio. Ho spesso trovato ottobre perfetto per esplorare le litoranee del Sud, quando il traffico cala e resta solo il rumore del mare a fare da sottofondo al motore.
Una delle differenze più nette che percepisco nel 2026 riguarda l’accoglienza. Sempre più hotel, B&B e agriturismi si presentano come strutture biker friendly, anche se non esiste un bollino nazionale ufficiale. Quando arrivo dopo ore di pioggia, la cosa che apprezzo di più non è la spa, ma un ricovero coperto per la moto e uno spazio dove stendere guanti e giacca ad asciugare.
parcheggio sicuro, piccola area attrezzi, informazioni sugli itinerari, indicazioni affidabili su distributori e officine: sono dettagli che cambiano davvero l’esperienza di viaggio. Spesso sono gli stessi gestori, magari motociclisti a loro volta, a suggerirmi varianti panoramiche o strade alternative quando un passo è chiuso per lavori.
Anche i territori si stanno muovendo. Molti enti turistici pubblicano mappe dedicate ai percorsi in moto, organizzano raduni, eventi e fiere che trasformano l’arrivo dei motociclisti in occasione di promozione locale. Queste iniziative non bastano da sole a dimostrare la crescita economica del segmento, ma indicano chiaramente che il mototurista è considerato un pubblico con identità propria, capace di distribuire le soste su aree spesso lontane dal turismo di massa.
Quando preparo un viaggio in moto in Italia nel 2026 seguo sempre alcuni passaggi pratici. Prima di tutto definisco il periodo, considerando che le estati sempre più calde spingono verso primavera e autunno, ideali per Alpi, Appennini e coste del Centro-Sud. Poi scelgo un’area principale, evitando di accumulare troppe tappe: in moto i chilometri “pesano” in modo diverso rispetto all’auto.
Controllo l’apertura dei passi, lo stato delle strade e la presenza di eventuali cantieri, incrociando i siti ufficiali con i racconti aggiornati di altri motociclisti. Per l’alloggio cerco strutture dichiaratamente orientate al mototurismo e, quando posso, chiedo in anticipo informazioni su parcheggio, ricovero coperto e orari della colazione, fondamentale per partire presto.
Infine, pianifico le soste come parte integrante del viaggio: non solo distributori e ristoranti, ma borghi, punti panoramici, piccoli musei. Il mototurismo vive di ritmo e flessibilità: avere una traccia di base sul navigatore e la libertà di deviare per una strada che “chiama” fa la differenza tra semplice spostamento e vera esperienza di viaggio sulle strade d’Italia.

Sono un appassionato di moto, viaggi e itinerari su due ruote. Amo scoprire strade panoramiche, borghi e destinazioni meno conosciute, condividendo informazioni e consigli pratici per chi vuole vivere ogni viaggio curva dopo curva.
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