
Arroccato su una collina, nel mezzo della valle del fiume Liri, c’è uno dei comuni più affascinanti della Ciociaria. Al borgo sono legati nomi illustri, come Cicerone, Caio Mario, Giuseppe Cesari, Marco Vespasiano Agrippa e San Francesco Saverio Maria Bianchi e accoglie i turisti con le sue suggestive architetture in pietra. Pronti a scoprire un posto unico per il suo patrimonio storico?
Le origini di Arpino sono legate al dio Saturno, protettore delle “messi” (i raccolti), che si pensa abbia fondato anche altre città della Ciociaria. Non mancano tracce di ex popolazioni, dai mitici Pelasgi, che costruirono le mura ciclopiche, ai Volsci, che effettivamente qui si insediarono nel VII secolo a.C., fino ai Sanniti e ai Romani. Grazie a quest’ultima dominazione, Arpino divenne un importante centro militare e culturale nella Valle del Liri.
Ottenne il diritto di voto romano, passando da civitas sine suffragio a civitas cum suffragio, per il quantitativo di uomini offerti nella guerra contro Annibale. Dell’antichità, sono ancora visibili le mura megalitiche e lo stupendo arco a sesto acuto dell’Acropoli di Civita Vecchia. Dopo l’anno mille, arrivarono i Normanni e gli Svevi. Federico II e Corrado IV, inflissero al borgo due distruzioni (nel 1229 e nel 1252) e ci fu anche un incendio che cancellò molte vestigia romane.
Durante il Rinascimento, Arpino divenne un bel feudo ed entrò a far parte del Ducato di Sora. Questo fu il periodo di massimo splendore commerciale, con l’industria laniera che rese la città famosa in tutta Europa. Un nuovo declino ci fu in seguito all’Unità d’Italia e, successivamente, con la Seconda Guerra Mondiale. In tale occasione, Arpino subì l’eccidio di Collecarino (1944), a opera dei tedeschi contro cittadini inermi.
L’Acropoli di Civita Vecchia di Arpino è un ottimo esempio di architettura megalitica. Le mura ciclopiche dell’VIII secolo a.C., dominate dall’arco a sesto acuto, sono assolutamente da vedere. Qui si ammira la storia dei Volsci e delle altre civiltà che si sono succedute in tale territorio. All’interno dell’acropoli sorge anche la Torre di Cicerone, oltre a essere ben visibile lo splendido panorama sulla Valle del Liri.
Ad Arpino ci sono 4 quartieri: Colle, Civita Falconara, Arco e Ponte. Formano una X per unirsi a Piazza Municipio, cuore della città. Sulla parte alta dell’Acropoli, chiamata Civitas Ciceroniana, sorge la Torre di Cicerone, legata alla tradizione che la vuole parte della residenza della famiglia dei Tulli, antenati di Cicerone. Conserva tracce medievali, con tanto di feritoie, fossati e torrioni e testimonia il ruolo fondamentale che ebbe nel sistema difensivo del borgo di Civita Vecchia, organizzato sulle vecchie mura ciclopiche. Come anticipato, tra gli attacchi di Federico II e Corrado IV, la Torre subì ingenti danni e fu rimessa a posto nel periodo angioino.
Come si chiama il castello di Arpino? Conosciuto come Castello di Ladislao, è la sede della Fondazione Umberto Mastroianni. Risale al XIII secolo ed è adagiato sulla collina di Civita Falconara. Il nome si deve a Ladislao I, re di Napoli, dei d’Angiò. Fu la residenza della corte, ma, nei secoli successivi, fu abbandonato, distrutto e ricostruito, finché nel XVIII secolo non divenne uno dei più grandi lanifici di Arpino. Con la crisi industriale, fu trasformato prima in un Istituto per gli orfani dei lavoratori, poi in ospedale militare, successivamente in istituto tecnico industriale per i chimici, fino all’85. Ora è una sede espositiva e centro congressi.
[foto @Giambattista Lazazzera/Shutterstock.com, solo per uso editoriale]
Il Museo della Liuteria di Arpino è incentrato sulla prestigiosa tradizione liutaia della città, specie sull’operato di Luigi Embergher e Domenico Cerrone. Situato nel centro storico, a Casa Felluca-Merolle, qui è possibile vedere l’arte della costruzione di strumenti a corda e, in particolare, del mandolino “modello romano”. Strumenti musicali, attrezzi originali, disegni preparatori e macchinari usati nella bottega storica dei due maestri, si possono ammirare dalle casse armoniche grezze fino ai prodotti finiti e apprezzare la precisione quasi maniacale che han portato i due liutai alla fama internazionale.
La Chiesa di San Michele Arcangelo sta anch’essa nella piazza principale. Fa da ponte tra antichità e Cristianesimo; si ritiene che l’edificio sorga sul sito di un antico tempio pagano dedicato ad Apollo e alle nove Muse, ipotesi supportata dalla presenza di un vano scavato nella roccia con nove nicchie vuote, dietro l’altare maggiore. Le origini della chiesa risalgono all’VIII-IX secolo, con affreschi di quell’epoca e una campana datata al 1100.
Vari interventi, specie dopo il terremoto del 1654, hanno conferito all’edificio l’attuale aspetto barocco. Nella chiesa ci sono varie tele del Cavalier d’Arpino, tra cui la rappresentazione di San Michele Arcangelo che sconfigge Lucifero, l’Annunciazione e Tobia con l’Angelo. Ci sono pure le 14 stazioni della Via Crucis, una croce stazionale di scuola toscana del XIV secolo e un pregevolissimo organo del Settecento. Il pulpito e il battistero in legno intarsiato sono opere dell’artigiano Michele Stolz.
Cavalier d’Arpino? Potresti riconoscerlo come Giuseppe Cesari, nato nel 1568 in questa città. Straordinario talento artistico, trasferito giovanissimo a Roma, protetto da Clemente VIII e Paolo V che gli affidarono commissioni di grosso pregio nelle principali chiese romane e nei palazzi vaticani: ci sono i suoi cicli decorativi nella Cappella Paolina e nella Sala dei Conservatori al Campidoglio. Il suo è un raffinato tardo-manierismo, con un uso magistrale del colore; ha avuto qualche problema a causa del conflitto con un giovane Caravaggio, che inizialmente lavorò nella sua bottega. “Cavaliere di Cristo” è il soprannome conferitogli da Papa Clemente VIII, con cui è universalmente conosciuto.
[foto copertina @Giambattista Lazazzera / Shutterstock.com, solo per uso editoriale]

Giornalista pubblicista e giurista, con la passione per il teatro e il trekking. Col mio lavoro mi impegno a esplorare e analizzare a fondo e in maniera trasversale le dinamiche sociali e intellettuali della nostra epoca, per una comunicazione efficace e coinvolgente, che consenta a tutti di avere libero accesso anche alle notizie più tecniche e complesse.
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