Ritorno a Capo Nord

L’idea era di partire da sola (anche questa volta) ma la proposta di un caro amico, compagno sin dall’adolescenza, di mille sfide ed avventure, mi ha fatto cambiare idea. Il mio è un ritorno. Dopo 34 anni, mi ritroverò (spero) a posare felice sotto a quel Globo, che rappresenta la meta, il sogno, di ogni motociclista. Così: partirono in due, ed erano abbastanza.

Un pianoforte, una chitarra e molta fantasia (caro Venditti). Si, insomma, con un bagaglio non tanto inferiore a quello appena citato, ecco che ci accingiamo a preparare le moto. Io decido di partire con la mia moto di sempre. È una Honda CBR 600 F che ha da poco compiuto 30 anni e che dal rombo allegro dei carburatori, proprio non si direbbe. La adoro, e mi fido di lei. Ne abbiamo di cose da raccontare. Ma questo è il viaggio sicuramente più importante che abbiamo fatto insieme. Due giorni prima della partenza, è già carica di tutto, tagliandata e gommata. Insomma, pronta.

Conosce un po’ la strada a memoria, anche se proprio fin lassù non c’è mai arrivata. Ma Conosce il Nord, e soprattutto si ricorda della Germania come un trasferimento lungo, noioso, con condizioni meteorologiche mai amiche, e lavori in corso eterni. Così, complice il navigatore di Jack, riusciamo a perderci nella Baviera, campeggiando nel giardino di una casa di campagna, adattata a reception. La doccia è a gettone, e così, la si fa fredda.

Ceniamo con le nostre provviste, mentre guardo Google maps. Odio queste cose tecnologiche. Difatti ho comprato una cartina molto dettagliata della Scandinavia. E se poi non capisco, mi fermo a chiedere. Ma Jack è più propenso all’uso di questi aggeggi infernali. Ma grazie all’aggeggio infernale, il giorno dopo, invece che la ”solita strada”, ci troviamo spesso a seguire le indicazioni per Berlino.

Evitando così i soliti, eterni lavori in corso che hanno sempre accompagnato ogni mio viaggio al Nord. Però la deviazione di ieri, il mega temporale di oggi, e  successivamente il caldo torrido, hanno rallentato parecchio la tabella di marcia.

Per farla breve, e per arrivare in serata a Puttgarden, ci spariamo 1032 km! Ci arriviamo che sono le 21:30. Stanchi? Si, ma soddisfatti. Niente campeggio. Chi ha voglia di piantare la tenda dopo una giornata così? Ma il solito hotel Dania, vista porto, con le sue camere un po’ demodé, fa al caso nostro.

Il day 3 ci vede traghettare da Puttgarden a Rødby, in Danimarca, fatalità, con lo stesso traghetto che avevo preso nel 2009

(Beate foto, beati ricordi)

A proposito di foto. Di Jack, e della sua potente moto caricata come un mulo degli alpini, non vedrete mai una foto, per suo insindacabile volere. Sarà come un amico invisibile, che un paio di potenti litigate hanno rischiato che diventasse invisibile per davvero! Ma questa è un’altra storia.

Dunque, eravamo arrivati in Danimarca. Un caldo mortale anche qui. Non vedo l’ora di tornare sul grandioso ponte che attraversa l’Øresund e che in un attimo ci catapulterà in Svezia. Come sempre, abusivamente, mi fermo a circa metà ponte, ed immortalo la moto sotto al cartello stellato che ci indica l’entrata in terra Svedese.

Di lì a poco la dogana, dove perdo di vista Jack, che ben si è guardato dal fermarsi a fare quello scatto proibito. Esco da quella che viene definita autostrada, lo chiamo, ed in breve mi raggiunge ad un distributore dove facciamo colazione e benzina.

Quando riavvio la moto, mi è sembrato di mettere in moto il mio vecchio trattore, un Same del 1974 se vogliamo proprio essere precisi e anche un po’ storici! È la catena di distribuzione, che ha comunque tenuto duro per tutto il viaggio, dandomi non pochi pensieri ad ogni ripartenza. Tra caldo e zanzare costeggiamo il lago Vattern, il secondo più grande della Svezia, e campeggiamo a  Norrköping, in riva ad un fiume popolato da gigantesche nutrie in amore, ammirando un tramonto che non tramonta mai.

Alle 4 siamo già svegli. Fa caldo! Smontiamo tutto in silenzio e partiamo in direzione Stoccolma. Passato il nodo della tangenziale, iniziamo a costeggiare il Golfo di Botnia direzione Umeå.

Pranziamo in riva ad un fiordo con le ninfee, consumando un pranzo frugale su un tavolone di legno. Il panorama è spettacolare.

Il caldo sembra aver mollato un po’, ma si parla sempre di temperature che sfiorano i 28 gradi! Campeggiamo ad una quindicina di km da Umeå, con all’attivo 793 km.

Qui distanze e km hanno valori completamente diversi dai nostri. Sono eterni. Dettati da limiti di velocità che vanno assolutamente rispettati. Da tappe per rispettare le moto e le nostre schiene.

Per idratarsi spesso, visto le temperature assurde. E anche per scattare qualche foto da urlo. Il quinto giorno ci vede, caldamente, entrare in Finlandia. Alle 8:30 c’è già un caldo mortale, e bei 30 gradi ci accompagneranno fino a Rovaniemi, alla faccia del Circolo Polare Artico!

Maciniamo chilometri attraversando boschi e foreste. Un buon numero di cantieri stradali con diversi tratti sterrati e la benzina che costa 2 euro e 50 al litro. Arriviamo a Rovaniemi intorno alle 19. Piantiamo le tende in riva al Kemijoki, il fiume più lungo della Finlandia.

Il sole è alto (e caldo) come a Siviglia nell’ora della siesta. Forse non ho neanche finito di piantare la mia tenda che vado a saggiare l’acqua. Visto che un cartello avvisa, non che è vietato fare il bagno, ma semplicemente di stare attenti alla corrente.

Niente, non resisto! Mi tuffo! L’acqua è marrone, non perché sia sporca, ma per il fondale melmoso. La corrente è quella che è, e quattro belle bracciate rigeneranti non me le toglie nessuno.

Mentre Jack dalla riva mi scatta dubbioso qualche foto, forse temendo potessero essere le ultime.

Poi andiamo a fare la spesa e ceniamo in riva al fiume. Il sesto giorno ci vede finalmente varcare il confine Norvegese, senza però passare dalla Casa di Babbo Natale.

Ci svegliamo sempre presto per via del caldo. Da qui, quel poco traffico che abbiamo finora incontrato, si azzera.

E finalmente i panorami da cartolina che stavamo aspettando ci riempiono gli occhi ed il cuore. Specchi d’acqua immersi nelle pinete, strade deserte che si perdono in cima ad un dosso, chilometri e chilometri davanti a noi.

Poi spiagge. Acqua azzurro/giada. Sembra di essere ai Caraibi!

Peccato per le zanzare, i tafani, le mosche cavalline e chi più ne ha più ne metta, che non ti lasciano pace appena ti fermi. Ad un certo punto, tra un bosco ed una foresta, ecco che passiamo per Levi. Questa è una località sciistica famosa, non vorrei dire l’unica.

Avevo visto le foto di un amico, che in inverno organizza camp di snowboard.

Così insisto per andare fin su, agli impianti, nonostante la strada sia sterrata, e nei tratti asfaltata, assolutamente sconnessa. Però una volta lassù il panorama è straordinario, complice l’ennesima giornata di sole splendido. Poi iniziamo a vedere le prime renne, accaldate e spelacchiate.

Ci fermiamo a bere un caffè in un posto che sembra uscito dell’ambientazione di un film Western, ed eccoci in Norvegia! Troviamo faraonici lavori in corso, che attraverseremo seguendo una safety car! Poi è la volta del canyon Sautso, il più grande d’Europa. 20 km di curve a dir poco entusiasmanti.

E finalmente eccoci ad Alta. Qui scegliamo di prendere una hytte per due notti ed usarla come comodo campo base per il grande giorno. Un arcobaleno ”completo” ci regalerà una vigilia indimenticabile.

Il settimo giorno ci vede, trionfanti! sotto all’anelato Globo. Dai 30 gradi dei giorni scorsi, si passa immediatamente alla metà! Le cime innevate che fanno da cornice al nostro avvicinamento, a qualcosa servono! Sull’altopiano, tra laghetti, pozze d’acqua e qualche chiazza di neve, la temperatura scende, oserei dire finalmente, a 7/8 gradi.

Il cielo è azzurrissimo. Qualche moto, qualche camper, renne e pecore. Non me lo ricordavo così bello l’avvicinamento a Capo Nord. Qualche tunnel buio ed umido, fiordi immensi, una nebbia da paura pochi km prima, e poi eccoci!

Sono le 14:08. Ci diamo un cinque mentre siamo in coda al casello. L’accesso all’area è gratis. Siccome non ci interessa visitare nulla all’interno, parcheggiamo le moto e facciamo una bella passeggiata, avvicinandoci con riverenza al Globo, ed aspettando il nostro turno per poter salire sul basamento senza altre persone d’intralcio.

Risulteranno delle foto invidiabili, non solo per la meta, ma per il colore incredibile del cielo, senza neanche una nuvola. Al ritorno ci fermiamo lungo la strada per scattare altre foto del panorama.

Io abbraccio la mia moto e la ringrazio. Confesso che ci scappa anche una lacrima. Rientriamo tardi in campeggio. Ci compiacciamo della scelta saggia della hytte, mentre cuciniamo del salmone, assaporando una un’altra notte passata in lettini comodi. L’ottavo giorno prevede una curva netta verso ovest, sulla cartina geografica.

Campeggio Capo Nord

La seconda meta da sogno di questo viaggio, sono le isole Lofoten. Le raggiungiamo via terra, in direzione Tromsø, ma senza mai traghettare. Circumnavigando letteralmente un grande fiordo, infilandoci in tunnel che spesso ospitavano renne alla disperata ricerca di ombra e refrigerio. Scavalcando valichi freschi per la neve che riposava sporca, ai margini della strada.

Godendo del refrigerio di immense cascate che andavano a tuffarsi direttamente e prepotentemente nel mare scuro. Seduti su degli scogli neri consumiamo un breve pranzo improvvisato.

Lofoten

E con non poco disaccordo, alle 9 di sera, troviamo da campeggiare nel giardino di un resort di lusso in riva al mare. I bagni messi a disposizione sembrano quelli di casa. Un wc, un lavandino ed una doccia per gli uomini, e attigua, la stessa casalinga combinazione per le donne.

Scatta la seconda potente litigata della vacanza, che ci vede andare a dormire praticamente senza cena, e con me che vado a fotografare delle beccacce di mare, mentre ammiro il solito tramonto intramontabile. A dispetto del tramonto dorato, di lì a poco si scatena l’inferno. Temiamo di volare via, noi, tenda e moto. Nonostante tutto riesco a dormire, ma al mio risveglio, trovo i miei indumenti da viaggio parecchio bagnati. E moto e tende piene di sabbia mista a fango.

Ma per fortuna la giornata si prospetta di nuovo serena. Lego sulla sella quello che posso far asciugare, e via. Montagne innevate che si specchiano nell’acqua cristallina del mare. Tunnel e ponti.

Norvegia

Stoccafissi ad essiccare ovunque fanno macabra mostra di sé, su tralicci di legno. E così, arriviamo nel cuore delle Lofoten, e per caso, in una baia, ops, in un fiordo, un paradiso! Pranziamo di nuovo seduti sugli scogli, in compagnia dei gabbiani con i quali dividiamo il pane e l’insalata di patate.

Tento anche un bagno, ma qui l’acqua è a 12 gradi, e presto ho i crampi ai piedi e non ho il coraggio di far salire l’acqua oltre la pancia. Riprendiamo così il nostro viaggio, alla ricerca di un bel posto dove dormire. Non ci facciamo mancare neanche un paio di ricognizioni su sterrato.

Ringrazio la mia ‘’Piccola’’ e soprattutto le chiedo scusa. Ad ogni curva ci viene da fermarci per scattare foto incredibili. Di piccoli fiordi fiabeschi. Di porticcioli dai mille colori. Di pescherecci come sospesi nel nulla. Di paesini arroccati in posti apparentemente irraggiungibili. Di isolotti che sembrano manciate di coriandoli colorati.

Moto

La luce al Nord è pazzesca, e qui ancor di più! E di nuovo vengono le 9 di sera, senza quasi accorgersene. Passeremo la notte al bellissimo Lofoten Beach Camping, dopo aver cenato al Beach Bar, gustando 2 buone birre alla spina che fotografo come protagoniste, lasciando in secondo piano il mare ed il suo tramonto dorato.

È il decimo giorno di viaggio. E praticamente il decimo giorno di sole. Che illumina Å i Lofoten.

A i Lofoten

Com’è cambiata da allora! Ricordo un campeggio, se così si poteva definire, e qualche casa dei pescatori. Oggi è un paesino bomboniera. Assolutamente turistico. Bello, ordinato. Tutte le casette di legno pitturate di rosso mattone. Un museo. Qualche localino. E gabbiani ovunque! Che hanno nidificato fin sulle facciate delle case.

Scattiamo un sacco di foto, tenendo d’occhio l’orologio. Alle 14:45 parte il traghetto che ci porterà a Bodø. Il personale di bordo ci dice di legare le moto. Difatti, appena allontanati dalle assolate Lofoten, inizia a piovere ed il mare si fa mosso. Una volta sulla terraferma, cerchiamo subito da dormire.

Prendiamo una hytte a Fauske, molto anni ’60, con anche la polvere dell’epoca sulle applique. I soliti lettini a castello, e una piastra elettrica dove ci cuciniamo una pasta. Al risveglio, é nuvoloso. Ma presto la pioggia cadrà fredda e spessa. Siamo in montagna, a circa 700 mt. tra grossi torrenti in piena, boschi e cascate.

Fauske

Verso le 10 siamo di nuovo sulla linea del Circolo Polare Artico. Com’è diverso dall’andata! Una costruzione per turisti, ce lo ricorda, con stampate sul tetto le coordinate geografiche 66°e 30.

Lentamente ci abbassiamo verso il mare, mentre la strada costeggia un grosso fiume (il torrente di stamattina) che è tranquillamente straripato. Alle 18 decidiamo di fermarci a Kvam. C’è un motel in legno, con campeggio. Non ci sono hytte disponibili, così prendiamo una piccola stanza vista mare, visto che non ha ancora smesso di piovere da stamattina. Vado a fare la spesa in un market vicino, mentre Jack si fa una doccia bollente, e ceniamo in camera.

Il dodicesimo giorno era dedicato all’Atlantic Road.

Ma piove. E fa freddo, ma non riesco comunque a rimpiangere il caldo assurdo patito nei giorni scorsi. Ad Halsa ci imbarchiamo per una mezz’oretta, per continuare sulla piovosa E39 in direzione Kristiansund.

Ora piove proprio forte, e quando imbocchiamo l’Atlantic Road, diluvia e impetuose raffiche di vento ci costringono a dei cambi di corsia assolutamente indesiderati. Riesco a scattare 2 foto e poi mi impacchetto di nuovo nell’antipioggia.

A Kristiansund il campeggio è completo. Dormiremo in un lussuosissimo (e carissimo!) hotel a poche centinaia di metri da dove ci imbarcheremo domani. Superfluo dire che ceneremo in camera con le provviste italiane.

Il giorno 13, che però non era venerdì, il mio diario recita questo. Oggi si fa presto a scrivere perché abbiamo preso così tanta acqua e così tanti traghetti, che è un miracolo se siamo arrivati sani e salvi fino a Bergen. Per la cronaca, i traghetti sono stati 4, e non so in quanti tunnel ci siamo infilati, e su quanti ponti siamo passati. Comunque alle 18:30 siamo a Bergen.

Anche per questa notte prendiamo una hytte, facciamo un km a piedi per raggiungere le docce, al di là della strada! Ci cuciniamo qualcosa e tempo zero prendiamo posto nei soliti lettini a castello. Dove di solito io sto di sotto perchè mi muovo un casino nel sonno.

Piove anche il giorno dopo, finalmente un po’ meno. Così riusciamo a visitare brevemente la città, che adoro, e della quale ho un ricordo bellissimo che risale al 2016. A Jack non piace molto e io ci rimango male, ma do la colpa alla pioggia ed alla stanchezza. Ma non stanca abbastanza, voglio a tutti i costi raggiungere il Lysefjorden.

Meta mancata sempre nel 2016, a causa, guarda caso, del maltempo. Ci impieghiamo una giornata ad arrivare alla meta, nonostante da Bergen a Preikestolen, dove campeggeremo, siano ”solo” 270 km più 3 traghetti. La zona è a dir poco da urlo. Dall’alto si ha una visione stupenda e tridimensionale dell’immenso fiordo. Peccato che il cielo grigio renda tutto molto piatto. Peccato aver di nuovo litigato e peccato dover rinunciare al trekking al Preikestolen.

Il mattino seguente, freddo e pioggia non ci rendono facili le operazioni di smontaggio tende. Jack prepara il caffè in segno di riappacificazione, e, con 10 gradi ed un po’ di rassegnazione, riprendiamo il viaggio in direzione Kristiansand. Come nel 2016, svoltato l’angolo, ecco il sole! Che ti viene voglia di girare la moto e tornare indietro.

Ma i vari siti del Meteo non lasciano scampo. Là piove. Piove sempre. Così, in maniche corte, aspettiamo la nave che ci porterà in Danimarca, ad Hirtshals.

Il viaggio scorre veloce, anche perché è una nave veloce! 3 ore, forse 3 ore e mezza, non ricordo perché ho guardato pochissimo l’orologio (del cellulare) in tutta la vacanza, e siamo di là. Il vento caldo di prua ha accarezzato i nostri visi per tutto il tempo, e i nostri pensieri, consci che la vacanza stava ormai volgendo al termine.

Dormiremo esausti, io in preda ad allucinazioni per un forte mal di testa da cervicale, che incredibilmente mi ha lasciata in pace per tutta la vacanza, in uno strano, costoso hotel ad Albor. È sabato sera, ma non c’è in giro anima viva. Noi ceniamo in camera con le solite provviste italiane.

La penultima tappa l’ho voluta dall’inizio! È a Celle, in Bassa Sassonia. Mi fermo sempre lì durante i miei viaggi al Nord. Se non all’andata, assolutamente al ritorno. Celle è particolare, con tutte le case con le facciate in mattoni e legno (a graticcio) che si affacciano su caratteristiche vie di ciottoli. Ovviamente non ritrovo dove ho dormito le volte precedenti, ma la Indian steakhouse, si! Qui fanno un piatto vegetariano favoloso, ma anche la carne lo è!Case a graticcio

Fiera ci conduco Jack, dopo avergli fatto da cicerone per la cittadina. Una volta tanto non siamo arrivati stanchi e distrutti e ad orari impossibili. Così, arriva l’ultimo giorno di vacanza, con alle spalle una media ragguardevole di 500 km al giorno, ce ne spariamo 858, percorrendo infine un pezzo di Romantische Strasse fino ad arrivare a Garmisch.

Qui le ”nostre montagne” ci fanno già sentire a casa. Nessuno ha voglia di tirar fuori tende, materassini e tutto il resto, e dormiamo in una Gasthaus in centro. Dove consumiamo anche l’ultima cena.

È il diciottesimo giorno. Splende di nuovo il sole e si torna a casa. Sentimenti contrastanti. Gioia nell’aver concluso l’avventura. Tristezza per averla già conclusa. Con all’attivo 9000 km e tante cose da raccontare, ed emozioni da placare.

E già si pensa l’anno prossimo a dove andare.

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