Viaggioinmoto

Mi piace viaggiare, in fin dei conti si viaggia sempre, spostando il corpo, spostando l’anima, con i pensieri; ogni esperienza umana è sostanzialmente un viaggio.

Ligabue canta ‘che ci si sceglie per farselo un po’ in compagnia questo viaggio in cui non si ripassa dal via’ e io per alcuni viaggi ho scelto la compagnia della mia motocicletta e dei miei amici di sempre.

Il viaggio in moto ha tutta una sua preparazione che di solito parte da una telefonata sempre un po’ carbonara.

‘Oh, il weekend del 27 andiamo via?

Dal quel momento inizia il viaggio.

Per chi è sposato, iniziano le strategie: così, come per caso, si butta lì un ‘ho sentito gli altri… mi hanno detto che hanno organizzato di andare via in moto… se ci vado anche io…’, il tutto di solito facendo qualche cosa d’altro, tipo sparecchiare, leggere il giornale, insomma con una certa nonchalance, proporzionale alla tensione di sentirsi rispondere una cosa del tipo ‘sarai mica matto…‘ e poi una serie di impedimenti familiari e non, di ogni sorta e genere: inizia la scuola, finisce la scuola, il compleanno, l’onomastico, feste laiche e religiose, visite improbabili di improbabili parenti.

Per chi ha una moglie in meno o una fidanzata comprensiva in più l’equazione diventa più benevola.

Dove si va?

Ecco, questo è sempre il grande dilemma.

L’addetto alla pianificazione del viaggio inizia a scartabellare su internet. Sempre alla ricerca di passi, curve e strade incredibili, si imbatte nei racconti degli altri. Quasi sempre coppie, che hanno preso l’acqua e la tempesta e che raccontano per filo e per segno tutto quello che gli è successo, compreso ogni posto dove hanno mangiato. Ormai si riconoscono dalla prima foto, moto stracarica e la signora già con la faccia stravolta alla prima sosta autogrill, dopo pochi minuti di viaggio.

Individuata la zona e capito più o meno quale può essere l’itinerario, una volta si sfoderava la mitica cartina e si cercava di unire le strade verdi, segnate così in quanto panoramiche e con una matita si metteva giù il percorso. Oggi, con Google Maps, si vedono addirittura le strade che farai, tranne che per la Germania, che non vuole in nessun modo agevolare gli invasori.

Itinerario fatto, fotocopie per tutti, meteo da controllare tutti giorni, per non farsi trovare impreparati alla partenza.

Come Rodin, lo scultore, che sceglieva un blocco di marmo e toglieva tutto quello che non gli serviva, così io preparo il bagaglio. Poche cose, alcune volte neanche il necessario a dispetto dei miei amici che con le loro capienti borse si presentano alla prima sera del viaggio con tanto di camicia, mocassini e spolverino trendy.

A me piace viaggiare leggero, un po’ come penso bisognerebbe attraversare la vita, anche se non sempre è possibile.

Quando si parte da soli, alle sette si è in sella; quando si parte con gli amici, la sera prima inizia un’estenuante trattativa, degna di un suk marocchino.

‘Sette?’

‘Nove?’

‘Ma dai che poi facciamo tardi, 7.30?’

‘È vacanza, voglio dormire, 8.30?’

‘8.00 e non se ne parli più!’

Alla mattina si spia il cielo, azzurro!

Lo dicevano le previsioni, ma io sono diventato grande con il Bernacca che non sempre le azzeccava.

Inizia la vestizione, direi la parte più faticosa della faccenda, maglietta, fascia elastica, tuta in pelle, airbag, stivali, casco, guanti… avrò tutto?

Sono talmente scafandrato che mi sembra di essere agile come Armstrong alle prese con la discesa sul suolo lunare. Avevamo detto alle otto e alle otto ci troviamo al distributore.

Pieno e poi colleghiamo gli interfoni.

Da qualche anno, tramite un attrezzo che attacchiamo al casco, l’interfono appunto, ci parliamo tra una moto e l’altra. Dire parlare però è un eufemismo, si sparano cavolate a nastro, si commenta ogni cosa che si incontra, si cantano canzoni improbabili, si ripassano i nomi dei compagni delle elementari e si manda a… quel paese il solito automobilista che attenta alla nostra vita.

Via, si parte, prima seconda e poi tutte le altre marce e ogni volta non posso non dirmi: ‘libero!’.

Libero dai pensieri, dalle preoccupazioni, dalla vita di tutti giorni.

Qui inizia l’eccezione, lo straordinario, il viaggio.

Ascolto il motore, apro un po’ la visiera del casco per sentire l’aria colpirmi la faccia, accarezzo il serbatoio come per incoraggiare la moto: abbiamo un sacco di chilometri da fare, forza!

Ogni volta che riparto, mi rendo conto di quanto è bello, speciale, di quanto non se ne possa fare a meno.

Gli amici di solito si incontrano in qualche autogrill comodo per tutti, tipo… ore 12.00 Arino est?

Alcuni arrivano sempre un po’ in ritardo, una sorta di tre quarti d’ora accademico.

Quando però ci si ritrova, come d’incanto spariscono dai trenta ai trentacinque anni, una sorta di chirurgia estetica dell’anima.

E così, come spensierati ventenni, si riparte verso gli imbizzarriti nastri d’asfalto scelti sul tavolo di cucina. Pieghe, frenate, riprese, panorami mozzafiato, un mix di sensazioni eroiche entrano nel cervello, nel corpo, che si muove come una danza, ora assecondando, ora comandando il metallico destriero.

Finisce il giorno, si cerca da dormire e poi inizia la serata, cena e poi a bere qualche cosa, io con stivali e giubbotto da motociclista, causa bagaglio votato al minimalismo spinto, gli altri con outfit degno di una serata di gala, ma tutti con la voglia di divertirsi, come tanti anni fa, quando la vita l’avevamo davanti.

La mattina si riparte, un po’ stanchi per la giovanile serata ma con l’adrenalina in giusta quantità per le nuove strade che sappiamo di dovere ancora percorrere.

Poi finiscono anche loro; il momento più brutto è quando ci si divide, alcuni devono girare, altri andare dritti.

Saluti, pacche sulle spalle e tutto un dirsi quanto è stato bello e quanto presto lo rifaremo; per me un magone che mi accompagna fino a casa, un po’ come quello di quando finiva la gita scolastica e io avrei voluto vivere per sempre sul pullman con tutti i miei compagni.

Casa, metto a nanna la moto, non senza avergli fatto capire quanto gli sono riconoscente di aver contribuito a riportarmi sano e salvo.

Mi tolgo tutta l’armatura e penso.

Quante volte il viaggio mi ha salvato, mi ha dato qualche ora si spensieratezza, di libertà, di… dai ci si pensa domani. Suona il telefono: ‘ciao, arrivato?’

‘Io da dieci minuti… si, si, tutto bene niente traffico, alla prossima.’

Si, alla prossima fino a quando c’è vita.

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