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Giringiro 2015, tappa 8 – Dall’Abruzzo si torna verso Jesi


Ventitrè agosto, l’ultimo giorno. Già a chiamarlo così suona strano, stridente; raramente parlando di belle esperienze la connotazione di “ultimo” conferisce buoni viatici, tutt’altro. Ma Andrea&Sonia si godranno un’ultima tappa molto bella, altroché!

Quell’atmosfera grigia che funge da antipasto al rituffarsi nel quotidiano, col piattume che ne consegue… voglio tutt’altro per la mia passeggera, conscio poi che il più delle volte di un ristorante si preserva il ricordo (buono o cattivo) legato soprattutto alle ultimissime – appunto – portate. Tutto può migliorare o peggiorare in un attimo, quello conclusivo.

Ennesimo rimontaggio bagagli (versione soft, solo lo strettissimo indispensabile c’ha seguito in albergo), solo dopo essermi beato del sole del mattino (ancora?! Ma è pur sempre montagna! Stiamo sfidando la legge dei grandi numeri…) dal balcone della camera. L’Appennino sullo sfondo, il centro storico a 100… 150 metri, la Royalina lì nel parcheggio, privato chiuso e custodito. Ma al “coperto”: appena arrivati ieri pomeriggio ho adocchiato un gazebo in pieno parcheggio (?), “posso parcheggiare lì sotto” propongo alla giovane receptionist. “Nessun problema, almeno lei lo chiede…”. L’educazione è una gran cosa.

Ripartiamo, consapevole che tante e tante fermate si susseguiranno fin da subito. “Tieniti pronta per le foto” a Sonia, e non anticipo nulla. Rapidissimo passaggio, e si presenta il lago di Scanno. Piccolo specchio d’acqua dalla caratteristica forma di cuore (che romanticone), con un verde non accesissimo che fa da comprimario ma che si sposa benissimo col tutto. Pochi chilometri ancora, “buca, buca con acqua” faccio (Villalago alla nostra sinistra è location ancora per facile citazione cinematografica), ed è il turno del lago di San Domenico. Anche volendo (e chi vorrebbe??) non fermarsi sarebbe impossibile: spegnere tutto e contemplare, lo scenario ti obbliga a farlo.

Con un chatwiniano “che ci faccio qui?” lasciamo il lago di San Domenico, allontanandoci dal ponticello non dopo aver dato un saluto rapido alle anatre selvatiche che bel belle se ne stanno sotto per i fatti loro; da qui si snoda una stradina da sogno che, fra curve e curvette, tra gallerie scavate a nudo nella roccia e dirupi, si snoda lungo le Gole del Sagittario. Apnea totale o quasi (l’intenzione era quella) fino ad Anversa degli Abruzzi. Che avvio, non c’è che dire.

Da Anversa si potrebbe prendere la pallostrada, ma non è certo nei miei progetti. Col “thump thump” di sottofondo si prosegue internamente per Pratola Peligna, direzione Molina Aterno. Gole di San Venanzio: il buon fondo stradale e le curve ad ampio raggio aumentano il quantitativo di Power Ranger in circolazione che, con le tutine ed i caschi multicolore al limite del fluo sfrecciano come in pista. Riusciranno a dare un’occhiata anche per sbaglio al panorama, mi chiedo? De gustibus, per carità, niente moralismi ma boh. Baretto, accostiamo. Signorotti su con l’età fanno una tarda colazione con bicchieri d’acqua e vino appoggiati al bancone. Tutto molto bello.

Per San Demetrio ne’ Vestini proseguiamo sulla SP261 in direzione de L’Aquila. I postumi del terremoto in zona sono pochi, per fortuna; nei pressi del capoluogo ci sottomettiamo alla pallostrada, il Traforo del Gran Sasso è compromesso accettabile ed a modo suo con un certo fascino. Fortunatamente Teramo ci viene incontro rapidamente: smangiucchiamo qualcosa per strada, ad un altro distributore troviamo un altro cane abbandonato (l’abbinamento abbandono/pompa di benzina sembra andare per la maggiore…). Fortunatamente un tizio con una strana apparecchiatura controlla il chip ed inizia un giro di telefonate sotto gli occhi interessati dei presenti; riprendiamo con direzione Ascoli Piceno.

Ancora curve, saliscendi (dolcissimi, al confronto del passato) fino a Civitella del Tronto. Da filo-meridionale devo fermarmi, una rocca che ha puntato i piedi all’unità nazionale. Di più, lo elevo a simbolo dei testaduristi di tutto il mondo. “Toc toc, abbiamo vinto, v’arrendete?” “Scordatevelo”. Visita rapida al borgo, le Marche si riaffacciano sotto di noi. Non amo particolarmente il paesaggio collinare, ma c’è aria di casa.

Ridiscendiamo in direzione mare, Sant’Egidio Val Vibrata, Colonnella. Qui mi imbatto probabilmente nel peggiore lingua d’asfalto di tutto il viaggio: la lunga e soprattutto larga strada (sembrerebbe una quattro corsie e passa) alterna tratti bianchi, fratture, buche (crateri), sbalzi e sobbalzi. Fatico non poco per evitare il peggio, mentre scorrono accanto i velox fissi tarati a 50 km/h. Credo che se l’Umbraillpass in Svizzera non fosse stato asfaltato m’avrebbe fatto penare meno, coi suoi 2-3 km di sterrato alpino in discesa, al confronto. Martinsicuro e Porto d’Ascoli, tagliandino al casello e via d’A14, con l’entusiasmo di un paziente in attesa dal dentista.

Finora il traffico è stato quasi inesistente, tutto d’un tratto mi viene ricordato che siamo in periodo di controesodo estivo, direzione Nord. Prima congestionato, poi con code a tratti (à la “viaggiare Informati”); me ne preoccupo poco (l’importante è che chi sopraggiunge s’accorga delle 4 frecce delle auto già in coda). All’inizio. Ho infatti tempo e modo per ricredermi. Per alcuni tratti riesco a sfilare senza problemi tra le auto incolonnate, lungo la linea tratteggiata. C’è spazio, si passa, ad uomo, con debita distanza di sicurezza che permette di scorrere con abbondante margine e non a pelo di specchietto, tutt’altro.

Percentuale bassissima di anime pie (sicuramente biker intrappolati su quattro ruote) che si scostano per far ulteriormente strada (anche se ripeto, c’è margine notevole per passare senza problema alcuno); le cose si complicano più avanti. Almeno 3, 4, 5 macchine addirittura, seppur incolonnate sopravanzano volutamente per stringere; esplodo in improperi di tutti i colori fino a far appannare gli occhialoni, soprattutto perché siamo in piena galleria.

Devo asfissiarmi con la passeggera perché qualche represso vuol vendicarsi, frustrato, d’esser in coda? Siete al coperto, al sicuro, con l’aria condizionata, come bilanciamento di compromessi e privazioni ci sta che abbia un vantaggio. Per di più le mie brave file me le faccio, al casello non la salto senza problemi. Non sto sopravanzando a rischio delle carrozzerie vicine, e per di più 2-3 moto sfilano fregandosene altamente lungo la corsia d’emergenza, per ampi tracciati. Per fortuna l’uscita di Pedaso arriva salvifica, sfilo la rampa salutando il codazzo maligno, “arrivate mercoledì!”. Ultimissime curve. Jesi.