2.000 metri di pieghe senza respiro: il Passo Manghen è il re indiscusso del Lagorai

2.000 metri di pieghe senza respiro: il Passo Manghen è il re indiscusso del Lagorai

Fabio Belmonte  | 09 Ago 2026  | Tempo di lettura: 4 minuti

Il Passo Manghen è una di quelle strade che, una volta percorse in moto, restano nella memoria per anni. 2000 metri tra boschi fitti, rampe impegnative e una carreggiata mai davvero rilassante. La prima volta che l’ho affrontato dalla Val Calamento ho capito subito perché i ciclisti lo temono e i motociclisti lo rispettano.

La salita sembra non finire, il bosco stringe, le curve si susseguono e il telefono spesso tace. Poi, all’improvviso, la montagna si apre in pascoli e rocce scure, la quota si fa sentire e la strada taglia il versante come una traccia sottile. Qui il Manghen mostra il suo carattere più autentico: isolato, essenziale, profondamente alpino.

Passo Manghen: un valico alpino per chi ama strade vere. L’itinerario

Nel Trentino orientale, il Passo Manghen collega la Valsugana alla Val di Fiemme attraversando uno dei settori più solitari del Lagorai. La provinciale 31 sale fino a quota 2.047 metri, unendo Telve, attraverso la Val Calamento, a Castello-Molina di Fiemme lungo una strada stretta, tecnica e scarsamente urbanizzata. È un passo che parla soprattutto a ciclisti e motociclisti, abituati a misurarsi con salite lunghe, tornanti serrati e curve cieche.

Personalmente considero il Manghen una sorta di prova del nove per capire quanto davvero si ami guidare in montagna. Non ci sono grandi piazzali panoramici o bar a ogni tornante, ma una sequenza continua di pendenze, bosco e pochi punti in cui tirare il fiato. La definizione di “re del Lagorai” non è ufficiale, ma rende bene l’idea: in questo tratto di Trentino, il Manghen è il valico che sintetizza meglio fatica, isolamento e fascino sportivo.

Curve, pendenze e paesaggi: com’è davvero guidare sul Manghen

Dal lato di Borgo Valsugana e Telve la salita al Passo Manghen si sviluppa per circa 23 chilometri, con una pendenza media attorno al 7% e un finale che cambia ritmo. Gli ultimi sette chilometri sono i più impegnativi, con media intorno al 9,5% e punte che sfiorano il 15%. In moto non senti la fatica del ciclista, ma le rampe ripide, le curve cieche e la sede stradale ridotta richiedono lucidità costante.

Il versante di Molina di Fiemme è più corto: circa 16 chilometri e 13 tornanti secondo i dati turistici locali. Qui la salita resta scorrevole nella parte bassa, poi si fa più serrata quando il bosco si dirada e il tracciato comincia a piegarsi di continuo. Ricordo bene la prima volta sul lato Val di Fiemme: una sequenza di pieghe praticamente senza respiro, con il panorama che si apre solo quando si esce dal bosco.

Il paesaggio accompagna questo crescendo. In basso dominano prati e boschi di conifere, in alto compaiono pascoli, rocce porfiriche scure e piccoli specchi d’acqua. La sensazione è quella di entrare progressivamente in un ambiente più severo, tipico del Lagorai, dove la strada sembra quasi tollerata dalla montagna più che imposta.

Val Calamento, Val Cadino e la quiete selvaggia del Lagorai

 

Il versante meridionale attraversa la Val Calamento, una valle laterale della Valsugana che sale da Telve verso il cuore del Lagorai. La salita sulla SP 31 è costante, senza lunghi tratti per recuperare. Nelle uscite che ho fatto in zona ho imparato a rispettare questo ritmo: niente improvvisazioni, solo guida pulita, scelta accurata delle traiettorie e attenzione continua a ciclisti, escursionisti e animali al pascolo.

La Val Cadino, sul lato opposto, scende invece verso Molina di Fiemme rimanendo immersa nella vegetazione per gran parte del percorso. Il valico in sé è raccolto, lontano dall’immagine dei grandi passi dolomitici con grandi piazzali e strutture diffuse. A quota 2.047 metri si trova la Baita , locale stagionale affacciato su un piccolo laghetto, uno dei pochi punti di sosta immediatamente adiacenti alla sommità del passo.

Da qui partono diversi sentieri escursionistici del Lagorai, come quelli verso la zona del Monte Montalon. Proprio camminando in queste aree ci si rende conto di quanto il Manghen resti isolato anche d’estate: per chilometri dominano bosco, roccia e pascoli, con poche infrastrutture a rompere il silenzio.

Quando andare, sicurezza in moto e come inserire il Manghen in un tour

La SP 31 del Passo Manghen è soggetta a chiusura stagionale nei mesi invernali, in particolare nel tratto tra Val Trighetta e Ponte Stue. Prima di programmare un’uscita consiglio sempre di controllare lo stato aggiornato della viabilità provinciale: neve tardiva, frane, alberi caduti o lavori possono chiudere il passo anche fuori stagione. Personalmente non partirei mai senza aver verificato anche condizioni meteo e temperature previste in quota.

L’estate, in particolare agosto, è uno dei momenti migliori per salire al Manghen, ma a 2.047 metri il meteo cambia in fretta. Dopo un temporale la temperatura può crollare e l’asfalto restare umido a lungo, soprattutto nei tratti in ombra nel bosco. Foglie, aghi di conifere e detriti ai bordi della carreggiata richiedono ingresso nei tornanti prudente, frenata anticipata e traiettorie pulite. In alcune zone la copertura telefonica è assente: meglio non contare solo sullo smartphone per navigazione ed emergenze.

Dal punto di vista del tour motociclistico, il Manghen è un ottimo collegamento tra Valsugana e Val di Fiemme. Si può salire da Borgo Valsugana, scendere verso Molina, proseguire per Cavalese e rientrare poi verso Trento senza ripetere la stessa strada. Ma, al di là del giro complessivo, per me il vero motivo per venire qui resta sempre lo stesso: una strada che segue la montagna senza addolcirla, obbligando chi la percorre ad adattarsi al suo ritmo.

Fabio Belmonte
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