La Transispanica

Lorenzo ci porta con sé (anche se è un viaggio in solitaria) alla scoperta della Transispanica. Pronti all’avventura?

Partire per un viaggio in solitaria ha sempre due lati: uno positivo e uno negativo. Quello positivo fa assaporare la completa libertà e autonomia, fa toccare con mano l’infinità delle possibilità che ogni istante ci troviamo davanti. Quello negativo, invece, riguarda proprio l’essere soli con se stessi, nel bene e nel male. Inizio così il mio viaggio, dal lato “sbagliato”: un cuscinetto rotto, che silenziosamente mi rovina tutta la ruota posteriore.

Prima ancora di arrivare al punto di partenza del mio viaggio.

Ero nei dintorni di Toulouse, nel sud-est della Francia, e mi dirigevo – o meglio, avrei voluto – verso la punta nord dei Pirenei. Una volta scoperto il danno, riuscii a far effettuare una riparazione d’emergenza e da lì mi si aprivano due scenari: tornare a casa, coda fra le gambe, oppure provare, proseguire svalicando in Spagna e lì, chissà, forse, trovare il modo di continuare il mio viaggio.

La fortuna sorride agli audaci come si suol dire, e fu così che, dopo aver preso la decisione di andare avanti, trovai a Pamplona una ruota per sostituire la mia, e dopo tre giorni di ansia e preoccupazioni, ero di nuovo pronto per partire. Il colpo però era stato grosso, e in quel momento capii che in un viaggio, tutto può accadere: tanto vale allora scombussolare i piani. Non avevo mai dormito sull’Oceano Atlantico, e mosso da questo desiderio copro in poche ore i circa 300 km che separano Pamplona al luogo in cui avevo scelto di bivaccare, vicino San Vicente de la Barquera.

Arrivato lì, imparai una lezione importante: non c’è nessun dolore che un tramonto sull’oceano non possa lenire. Montai la tenda, mi godetti gli ultimi minuti di luce, e dormii di un sonno profondo. L’indomani, all’alba, lo spettacolo era se possibile ancora più bello, ed io mi sentivo fresco, riposato, pronto ad affrontare un viaggio che era partito con il piede sbagliato.

Mi sono diretti quindi nel Parque Nacional de Los Picos de Europa, il tetto d’Europa: viene chiamato così non perché sia la catena montuosa più alta d’Europa, bensì perché è la prima che si vede attraversando l’Oceano Atlantico dagli Stati Uniti. Credo che il paradiso del motoavventuriero possa somigliare, e anche molto, ai Picos di Europa.

Passata la giornata ad esplorare questo paradiso, iniziai a dirigermi verso Est, verso quella che era in realtà la mia meta iniziale: i Pirenei. Mi fermai in un ostello, cenai rapidamente, andai a dormire presto: avevo fretta. Di cosa, non saprei.

L’indomani, proseguii verso i Pirenei, passando per il famoso Deserto de Las Bardenas Reales: un posto magico, mangiato e scolpito dal vento, arido e selvaggio, ma maestoso nella sua monotonia. A mie spese scoprii che può piovere nei deserti: tuttavia il cielo grigio sopra questa landa desertica riuscì comunque a trasmettermi la magia di quel posto, con tutta la sua potenza.

La strada era ancora lunga, quindi continuai nel mio percorso, dirigendomi verso sud est seguendo la via Transpirenaica e la famosa N-260, una delle più belle strade asfaltate in tutta la Spagna. Un mio sogno è sempre stato quello di conquistare il Pic Negre, in Andorra: una montagna arida, di roccia nera, la cui cima si può raggiungere seguendo percorsi impervi e sconnessi. Tra il dire e il fare a volte ci vanno di mezzo tante di quelle cose…ma non stavolta. Incontrai un gruppo di spagnoli che volevano conquistare anche loro la montagna, e mi invitarono ad affrontarla insieme: dopo molti tornanti asfaltati, lasciamo l’asfalto e seguiamo un sentiero sterrato, che ci porta non senza fatica fino alla cima. Il Pic Negre era stato conquistato. Non c’era tempo per gioire però, perché un temporale era in arrivo. Io proseguivo verso Est, i miei compagni di avventura verso Nord. Ci salutammo e, rincorso dal temporale, cercai di sfuggire alla pioggia torrenziale e alla grandine che incombeva su di me.

Le moto vanno veloce, però, a volte, i temporali ancora di più. La discesa dal Pic Negre fu un inferno, tra pozze, fango, pioggia e grandine: la montagna mi aveva sconfitto. Affranto, stanco e bagnato, non mi rimaneva che una sola opzione: scappare. Fu così che mi diressi verso Est, il più lontano possibile dalla tempesta, e alle nove di sera, giunsi in prossimità di uno dei posti più suggestivi del Sud-Ovest francese: le Gorges de Galamus.

Era tardi, ero stanco. Infreddolito, affamato, e leggermente preoccupato che la tempesta potesse raggiungermi, montai la tenda in fretta e furia, ma prima di entrarci, mi fermai un attimo a guardare il cielo: il detto dice “rosso di sera, bel tempo si spera” non era rosso quella sera, ma andava bene comunque.

Chissà, sotto sotto forse lo sapevo anche: ce l’avevo fatta, ero sfuggito dal temporale. E questo tramonto prima di dormire, fu una ricompensa meravigliosa

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